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Italiano: Responsabilità attraverso sanzioni per porre fine alla Nakba in corso
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Uno statement di BADIL Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights e del Global Palestinian Refugee and IDP Network (GPRN).


 

Maggio 2026 segna 78 anni di Nakba in corso e 31 mesi di genocidio nella Striscia di Gaza: crimini israeliani in corso finanziati dagli Stati occidentali coloniali, che ne rivelano il grado e la profondità della complicità. Il regime israeliano porta avanti incessantemente il suo Decisive Plan, caratterizzato da: genocidio in corso nella Striscia di Gaza; escalation dell’espansione coloniale in Cisgiordania; attuazione di una campagna volta ad eliminare la presenza e la protezione delle agenzie e organizzazioni internazionali, inclusa l’UNRWA. Mentre i crimini israeliani di trasferimento e sfollamento forzato, colonizzazione, apartheid e persino genocidio vengono normalizzati, il divario puoi lasciare anche “gap” di protezione che affrontano i rifugiati palestinesi si amplia ulteriormente. L’immobilismo e la complicità degli Stati sono inoltre responsabili della replicazione del modello genocidario del regime israeliano in Libano. Mentre il movimento globale di solidarietà spinge per sanzioni militari, economiche e politiche, il popolo palestinese continua la sua lotta per la liberazione.

 

A causa della Nakba in corso perpetrata dal regime Israeliana e della persistente inerzia e complicità degli Stati, i rifugiati palestinesi e gli sfollati interni (IDP) costituiscono la popolazione sfollata più numerosa e lo sfollamento più prolungata al mondo. Con 10,15 milioni di persone — di cui 9,238 milioni rifugiati e 914.500 sfollati interni — questa popolazione rappresenta il 66% del popolo palestinese.

 

L’attuale manifestazione della Nakba in corso si concretizza nel Decisive Plan israeliano. Il piano mira a eliminare l’autodeterminazione palestinese e il diritto al ritorno attraverso l’imposizione del dominio israeliano, dell’apartheid spaziale e dello sfollamento forzato. In Cisgiordania, i palestinesi vengono sfollati e le loro comunità isolate attraverso il sistema di chiusura, gli attacchi dei coloni, la confisca delle terre e la repressione di ogni forma di resistenza. Le politiche di apartheid spaziale israeliane sono state intensificate per frammentare ulteriormente i palestinesi e il loro territorio in macro e micro enclave. Dal 2023, 5.700 palestinesi sono stati sfollati e 38 comunità sono state completamente spopolate in Cisgiordania e a Gerusalemme a causa di incursioni israeliane, attacchi dei coloni e demolizioni di abitazioni. Inoltre, oltre 33.000 rifugiati palestinesi restano sfollati dai campi profughi svuotati e frammentati di Tulkarm, Nur Shams e Jenin dal gennaio 2025, a seguito dell’“operazione Muro di Ferro”. Il sistema israeliano di chiusura è caratterizzato da oltre 925 ostacoli alla mobilità, inclusi almeno 384 cancelli di ferro, dall’espansione di strade di bypass riservate ai coloni e da piani per costruire 34 nuove colonie nel 2026 in tutta la Cisgiordania e Gerusalemme.

 

A Gerusalemme e nella Palestina del 1948, il regime israeliano ha accelerato la repressione dei palestinesi, con un aumento della demolizione di case, arresti di massa, confinamento in enclave attraverso zonizzazione e pianificazione discriminatorie e sorveglianza mascherata da “sicurezza”.

 

Nella Striscia di Gaza, quasi tutti i 2,1 milioni di palestinesi sono stati sfollati internamente almeno sei o sette volte e sono privi di rifugi adeguati, assistenza sanitaria ed educazione. Il blocco israeliano in corso e le restrizioni sugli aiuti hanno esaurito cibo, acqua, medicinali e altri beni essenziali, causando ulteriore malnutrizione che distruggerà un’intera generazione. Dalla falsa tregua, il regime israeliano ha ucciso 854 palestinesi. Continuando a provocare deliberatamente malnutrizione e un ambiente coercitivo, ai palestinesi restano solo tre scelte, come previsto dal Piano Decisivo: arrendersi, fuggire o essere uccisi. Inoltre, l’imposizione della “linea gialla” ha creato un’enclave dentro l’enclave, isolando i palestinesi nel 42% circa della Striscia di Gaza.

 

Sotto la pressione e l’influenza dell’amministrazione Trump, la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha incorporato il piano in 20 punti di Trump, in contrasto con il diritto internazionale, finendo per legittimare gli obiettivi coloniali del regime israeliano attraverso la creazione del “Board of Peace” (BoP). Il BoP — che include inspiegabilmente lo stesso regime israeliano — dovrebbe coordinare impegni di “ricostruzione” da miliardi di dollari da parte di Stati terzi. Non solo il BoP ha usurpato il ruolo dell’ONU e delle organizzazioni internazionali, ma non ha ancora fornito aiuti adeguati alla Striscia di Gaza; inoltre, dall’inizio della guerra con l’Iran, gli aiuti a Gaza sono diminuiti dell’80%. Progettato per assolvere il regime israeliano dalle critiche, il BoP impedisce contemporaneamente all’ONU e ad altri Stati di intervenire, trasferisce la responsabilità legale e finanziaria per il genocidio e ridefinisce le riparazioni come ricostruzione guidata dai donatori. Così facendo, il BoP consolida il controllo nelle mani di attori esterni, marginalizza i palestinesi ed erode i loro diritti all’autodeterminazione e alle riparazioni. La Risoluzione 2803 e il piano in 20 punti di Trump negano un’autorità significativa su governance, terra e risorse, riproducendo il dominio coloniale israeliano sotto la copertura della “ricostruzione”.

 

Dall’entrata in vigore delle leggi di divieto nel gennaio 2025, il regime israeliano ha negato visti e permessi all’UNRWA e ha demolito la sede dell’Agenzia a Gerusalemme nel gennaio 2026. Il regime continua a ostacolare i suoi aiuti e servizi, in particolare nella Striscia di Gaza dove le operazioni dell’UNRWA salverebbero vite. Di conseguenza, si registrano gravi riduzioni nei servizi sanitari, educativi e di emergenza a causa del mancato sostegno finanziario e politico da parte degli Stati. L’ex Commissario Generale Lazzarini ha avvertito: “In assenza di un significativo afflusso di nuovi finanziamenti, l’erogazione di servizi essenziali a milioni di rifugiati palestinesi nella regione sarà compromessa.” Riducendo i finanziamenti e deviandoli verso altre organizzazioni, gli Stati non solo sono complici del genocidio, ma non riescono neanche a tutelare i diritti dei rifugiati palestinesi e a garantirne la protezione. Consentendo al regime israeliano di proseguire nel divieto di un’agenzia dell’ONU, gli Stati permettono che gli aiuti vengano strumentalizzati per un’agenda coloniale e genocidaria.

 

Oltre alla fornitura di aiuti e servizi, che sono componenti essenziali della protezione internazionale, l’UNRWA svolge un ruolo cruciale nel sostenere il diritto al ritorno dei palestinesi. L’Agenzia è incaricata di operare fino all’attuazione dell’Articolo 11 della Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale dell’ONU: il diritto alle riparazioni (incluso il ritorno, la restituzione delle proprietà, il risarcimento e la non ripetizione). In termini fondamentali e politici, l’eliminazione dell’UNRWA fa parte di una più ampia campagna israeliana per eliminare il diritto al ritorno dei palestinesi. Il ritiro del sostegno politico e finanziario degli Stati all’UNRWA rafforza ulteriormente la loro complicità e viola il loro obbligo di garantire protezione. Gli Stati non solo sono obbligati a sostenere l’UNRWA, ma devono anche respingere qualsiasi proposta che ne promuova l’eliminazione, come il piano in 20 punti di Trump, il BoP e le leggi israeliane che vietano l’UNRWA. Ciò include la Valutazione Strategica dell’ONU sull’UNRWA, che propone scenari per il suo collasso. È importante sottolineare che l’adozione da parte degli Stati di approcci e meccanismi coloniali contribuisce a normalizzare i crimini israeliani e a radicarli nella Palestina storica e nella regione.

 

L’applicazione del modello genocidario del regime israeliano al Libano è un ulteriore esempio di questa normalizzazione e di questo radicamento. Consentire le violazioni israeliane di un’altra falsa tregua ha portato allo sfollamento di oltre 1 milione di persone con il pretesto dell’evacuazione, al targeting di personale e strutture dell’ONU, nonché di operatori umanitari e giornalisti, e alla distruzione di interi villaggi e infrastrutture pubbliche e di servizio per impedire il ritorno e garantire l’espansione coloniale israeliana. I rifugiati palestinesi in Libano, inclusi quelli sfollati forzatamente dalla Siria, sono stati nuovamente sfollati. In linea con il Piano Decisivo, l’espansione coloniale israeliana dovrebbe estendersi oltre la Palestina, includendo Libano, Siria, Giordania ed Egitto per stabilire il “Grande Israele”.

 

Il sostegno al regime israeliano si riflette anche nelle politiche interne degli Stati: repressione, silenziamento e criminalizzazione di ogni forma di solidarietà con il popolo palestinese. Con l’Unione Europea che continua a mantenere il suo accordo economico con il regime israeliano, rafforzandone la complicità, è più che mai vitale che il movimento di solidarietà intensifichi le azioni dirette per interrompere lo status quo e imporre un costo materiale. Solo attraverso una pressione sostenuta e coordinata sugli Stati affinché pongano fine alla loro complicità e impongano sanzioni militari, politiche ed economiche al regime coloniale di apartheid israeliano, sarà possibile porre fine ai suoi crimini.

 

La responsabilità per i crimini israeliani in corso e per la complicità degli Stati inizia con l’imposizione di sanzioni volte a smantellare le strutture di dominio e oppressione israeliane. L’adozione di un quadro globale di decolonizzazione basato sui diritti, che metta al centro il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e al ritorno, rappresenta l’unica soluzione alla Nakba in corso.